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Sfiorare la meraviglia innanzi alle variegate manifestazioni della natura, tra colori abbaglianti o frastagliate incrinature di rocce, è il viaggio accorto che la poesia di Maria Antonietta Sozio affronta tra “lampi di rubino e profondità segrete”. Un continuo sgranare abbagli, sia quando il poeta si inoltra nei paesaggi improvvisamente raggiunti, sia quando le memorie riaccendono sentimenti sopiti e fortemente agognati. La coscienza che appare nella ricerca della parola è soltanto la punta di un iceberg che emerge dal subconscio, ed è soltanto una forza occulta che è dentro il poeta e governa il principio della scrittura dietro la figura da cesellare. L’immaginazione allora fa leva sulle astrazioni che il fantasma delinea nel nostro procedere in uno spaesamento emozionale, che riesce a delimitare il ricco scenario mentale proposto dall’immaginazione, dando palesemente una dimensione di maggiore e saggia concretezza a sufficienza ben definita nella costante interrogazione del vissuto.

La fantasia travolge in perfetta armonia tra realtà e illusione nella impeccabile morbidezza del verso, quasi sempre intessuto su binari paralleli, che si snodano in una simmetria che si rapporta alla luce e ai desideri, tra finzioni e simulazioni o tra incontri e palpitazioni, che hanno il rigore della causalità. Il percorso emozionale allora si arricchisce di colori, colori, colori, che sostituiscono il simbolo e sfociano nell’impulso sentimentale. Senza battute d’arresto, in una serenità che ricerca l’ordito di un racconto ininterrotto, ogni verso ha una pulsione propria che lo rende interattivo fra utopia e positività.
“E quando poi/ nel tuo alfabeto mi baci/e strizzi lentamente gli occhi/ a quel verde mi sospendi/ ti fai lucente manto/ e inabissi il verde/ nel luminoso mistero/ del mio e del tuo/ magico innamoramento.”
Poesia che potremmo dire dinamica, per questa sua esplosione che rende le pagine di una limpida fluidità, mai sfuggente, anche se spesso frammentata nella scomposizione dell’io, tramutato in metafora. Nella traboccante morbidezza dei sentimenti la proiezione autobiografica segna le sue linee esatte senza ombre, in piena luce e alla ricerca di un altro da sé, timido e stravagante, sospeso fra realtà e sogno, nel mentre tutto ciò che si avvera ha la sua simmetria nell’accadere e nell’improbabile, tra finzioni e simulazioni, allettamenti e suggestioni. Anche l’apparenza trasforma il dualismo in una concezione che ondeggia ancora una volta tra realtà e illusione per costruire con la parola ricercata elementi costitutivi dell’esperienza, ribadendo la scissione dell’io in una corsa piacevolmente cromatica: “C’è un vento d’attesa che sospende i respiri/ non ha canto né voce/ è eco di passo che segna il cammino./ Nasce soffio/ respiro di terra,/ si fa boato/ ferita di faglia./ Ne porto il tremito nel battito impaurito/ presagio di furia/ d’attimo infinito.”

Ora è vero che l’incertezza apre spiragli dispettosi, in una perplessità interrogativa che si accorda all’istantaneo e al drammatico, all’ansia che deriva dalla fuggevolezza dell’attimo, ma è pur vero che l’universo poetico rispecchia sempre in via esclusiva il contrasto che esiste tra l’emozione incontrollata e la proliferazione delle immagini, in modo tale che il ritmo interviene in composizioni che hanno la connotazione del vero distillato creativo. Passione che coinvolge la poetessa in visioni che si stemperano in movimenti come unità armonica e in cui la totalità della natura circostante da semplice idea diviene tangibile fioritura, che plasma a piacimento le variegate disposizioni dell’animo.

“E tremi all’acqua che consuma/ al tarlo che divora,/ è d’edera il tuo tempo./ Siamo d’erba selvatica e vento:/ mi appartieni, ti appartengo/ sono fatta del tuo tempo fermo./ Tetto di cielo anch’io/ pelle ferita che resiste ai venti,/ custode di ricordi/ eppur viva di passi, voci, sogni.”
Quando l’amore bussa e diventa l’anticamera del mondo fenomenico, nella memoria e nell’attualità, acquistando la certezza del vero e dell’autentico, per una trasfusione intuitiva della illuminazione: “In altalena di respiri/ ti guardo,/ smeraldi gli occhi/ lucentezza di Perla il manto,/ il più bello dei misteri/ un sogno vero./ È attimo sospeso/ nuvola l’abbraccio,/ in nidi di fusa/ s’accucciano i pensieri./ Di segreto complotto/ intrecci trama e ordito/ mi fai un tappeto volante,/ su ali di vibrissa/ corrono sogni e silenzi perfetti./Sei tu/ attimo infinito/ dell’abbraccio che non sciolgo,/ tepore di nido/ acqua di fonte/ tutto l’amore/ nel niente dei giorni.” significa che la poetessa rimane nella costante angolazione metafisica alla ricerca di una trasformazione fisica o ingannevole per cui tempo/esistenza approdano ad un punto fermo che costituisce la chiave della lirica.

Infine l’attimo che la memoria stringe nelle fulminazioni dei ricordi, di quei ricordi che trasmigrano tra le mura della casa materna o che riecheggiano le parole di rimprovero dei genitori, o che ripetono il tocco di un sorriso eternato in foto d’epoca, o che “avrebbero dovuto essere bersaglio in movimento sempre mancato”, l’attimo che si avviluppa nei modelli metafisici, con i luminosi baluginii del proprio inconscio, diviene griglia del flusso musicale, nella varietà delle concordanze.
Ogni apparizione diviene, nello scorrere dei versi, flusso perturbante dell’assorbimento della sfera psichica di esperienze trascorse, di eventuali cariche affettive, di esigenze istintuali, che esprimono l’intensità dell’immediatezza e la pulsione che avvicina sempre di più alla metafora.