
Con affondi di penna e di cuore precisi, Greta Rodan ci accompagna tra le pagine del suo romanzo essenziale, onesto, senza belletti, in cui affronta a viso aperto il tema della violenza di genere. Attraversando un ampio arco di tempo, narra storie di donne a cui l’autrice presta la propria voce; storie che si sovrappongono fino a divenire una sola storia, dimostrando come la violenza contro le donne sia trasversale a ogni cultura, tempo, condizione sociale. Con un’architettura ben studiata, la cui trama è costruita sul gioco delle relazioni, l’autrice insiste su quell’eredità “morale” trasmessa non tanto con le parole ma con l’esempio, e soprattutto con il silenzio, che vuole le donne intrappolate in ruoli già decisi da quella cultura patriarcale che le “desidera”, sin dalla notte dei tempi, madri affettuose, mogli devote, acquasantiere da prosciugare e in cui vomitare frustrazioni. Donne che, se pensanti, diventano prede, vittime di uomini che si sentono autorizzati “domatori di intelligenze femminili”. Non mostri, ma uomini che si incontrano ogni giorno, che parlano anche di diritti, ma che trasformano le mura domestiche in macabri teatri, salvando, però, la facciata. E la dialettica formidabile di Rodan coinvolge il lettore fin dalle prime pagine, anticipandone spesso il pensiero, interrogandolo.
Un romanzo onesto, in cui le cose vengono chiamate con il loro nome, sottolineate da uno stile personale, in cui l’assenza delle virgole trasforma alcuni periodi in flussi di coscienza, e le parole, concatenate tra loro senza alcuna pausa, acquistano potenza, dinamicità. Empatica e tagliente, l’autrice descrive la violenza subita dalle protagoniste anche tratteggiandone il profilo psicologico, con una tensione crescente che porta a sentirne il dolore. Il romanzo, che si mantiene sui toni del grigio, a evidenziare la nebbia e la confusione delle vittime, alla fine assume i toni del verde, della speranza di chi ce l’ha fatta a uscire dall’incubo, quasi partorendo, con un urlo, un’altra sé.